Spostati Nano di Merda!

Spostati Nano di Merda!

domenica 5 dicembre 2010

E alla fine arriva polly.. Ehm.. AARON!! !!!

AARON! 38!

Il Goeh’yama è la montagna che sovrasta il nostro villaggio. Viviamo di caccia, raccolta dei frutti del bosco e della Madre Terra. Se siamo all’altezza della Natura sopravviviamo, se siamo deboli e impreparati, soccombiamo. E’ così da sempre, e sempre lo sarà. Mi chiamo Aron Aaruned Steyl Goaehin’il: il mio nome completo, lo dico molto raramente, indica il Clan d’appartenenza, la mia famiglia e il soprannome. Significa: Il roccioso d’acciaio, scolpito nella roccia, all’ombra del grande Goaeh. La montagna ci ha dato forza: quelli della mia tribù hanno una fisico possente e resistente come la montagna stessa, ma allo stesso tempo flessibile, come i tronchi degli alberi più grandi, che crescono sui suoi fianchi: neanche le tempeste più forti li spezzano per la loro flessibilità, per la loro capacità di piegarsi al vento senza mai arrendersi del tutto ad esso. Non siamo druidi, sia chiaro, ma rispettiamo la Natura perché sappiamo che da lei proviene tutto, e a lei si torna una volta morti. Noi siamo combattenti, se necessario ci lanciamo in combattimento senza mai arrenderci, non abbiamo paura di niente e di nessuno, abbandoniamo il campo o quando gli avversari sono tutti sconfitti, o quando sono fuggiti. Inoltre la mia famiglia fu la prima a combattere con le armi di metallo, fatto che ci dà grande orgoglio. Mi chiamo Aron, sono il primogenito di una delle famiglie più importanti della mia tribù: non è la famiglia S’heyf (capoclan), ma siamo tenuti in grande considerazione per la nostra forza nell’agire e saggezza nel decidere. Appartengo ad un clan di nomadi che batte l'altopiano al di la` del Goeh'yama, giusto sui confini dei territori druidici di Doun'vik, il fatto che la mia famiglia non sia capotribù ha permesso la creazione di legami di collaborazione molto validi con i drudi. Il mio compito è quello di tenere collegati, portando informazioni, l’altopiano e il bosco. Nel bosco c’è il suo guardiano, il saggio Cal, un mio grande amico. Lui sì che è un druido, lo si vede per il rapporto che ha con la Natura, è come se essa fosse in lui ed egli in essa, continuamente..
Ho 23 anni, sono il più forte della mia famiglia e probabilmente anche del mio clan, per questo so che il mio compito è quello di proteggere la montagna e i suoi boschi, la Natura e il suo equilibrio. Sono uno spirito libero, non devo rendere conto di niente a nessuno, è la Natura che mi giudica e che mi guida, devo rispetto alla mia famiglia, al mio clan e al saggio Cal, il druido con cui collaboro quando ci sono da scacciare i problemi, nei modi più o meno violenti che sono da applicare. Odio le regole, le leggi inutili che gli uomini creano per darsi inutili norme per comportarsi, odio chi non rispetta la Natura e chi combatte usando trucchi: là la mia rabbia è massima, là non ho alcuna pietà dell’avversario.
Posseggo il mio spadone, la mia arma preferita, il mio pugnale e il mio arco, che uso per lo più per cacciare. Nel mio zaino c’è il necessario per sopravvivere in montagna e nei miei viaggi.

giovedì 2 dicembre 2010

The Return of last Hero.. Dentch

DENTCH

Sono nato in un villaggio sperduto in mezzo alla foresta nella Grande Valle, a tre giorni di cammino dalle pendici del Goeth. La mia famiglia viveva come le altre famiglie del nostro villaggio, cibandosi di ciò che dava la foresta, cacciagione e frutti selvatici. Avevamo i nostri orti che ci davano tutto quello che il bosco non poteva darci. Era usanza nel nostro gruppo che i ragazzi più svegli o più agili diventassero guardie del villaggio. Per questo motivi all'età di dieci anni i meritevoli venivano allontanati dalle proprie case per andare ad addestrarsi nella foresta, dai nostri Maestri Silenti.
Quelli che avevano una spiccata predilezione per l'isolamento o per le forze della natura, quelli che gioivano nella tormenta e sotto la pioggia venivano mandati dai più saggi e anziani dei maestri. che li istruivano nella arti magiche. Quando questi ritornavano al villaggio erano come trasformati, silenziosi e potenti, spesso accompagnati da lupi o orsi, che sembravano essere loro amici.
Per tutti gli altri si prospettava una carriera meno nobile e istruita: potevano diventare i migliori cacciatori del villaggio, pronti sempre a colpire nell'ombra i nemici che ci assalivano, a darci da mangiare in abbondanza e a vigilare le nostre frontiere. Questi ultimi erano esperti combattenti, avezzi alla vita selvaggia e all'isolamento, il loro stile di combattimento era variegato e cangiante: quelli che erano forti e possenti si gettavano nella mischia con due lame nelle mani, senza altra protezione che una leggera armatura di pelle, pronti a far vorticare le loro lame in un tripudio di colori e vortici di morte. Quelli invece che preferivano una buona vista piuttosto che un braccio forte abbracciavano le molteplici tecniche del tiro da lontano, eccellendo nel tiro con l'arco. I migliori nostri combattenti usavano scendere in battaglia lanciando con un colpo solo fino a quattro frecce. Erano talmente veloci che l'occhio riusciva a fatica a seguire i loro movimenti.
I ragazzi della mia età che furono allontanati dalla famiglia per addestrarsi erano in cinque. Due di loro, tra cui una giovane, del quale ero profondamente innamorato, si allontanarono nel bosco per intraprendere il lungo viaggio che avrebbe insegnato loro le tecniche della magia, il controllo delle bestie e l'amore per la foresta. Degli altri tre, due erano gemelli, miei vicini di casa, con una lunga chioma rossa che li contraddistingueva da tutti gli altri, poiché erano gli unici ad avere i capelli di quel colore. Il terzo ero io.
Noi ci addentrammo nel bosco, per inseguire i nostri maestri, che avrebbero fatto di noi dei potenti guerrieri. Una volta raggiunti, dopo una marcia estenuante di due giorni, cominciò il nostro addestramento a seguire le tracce, a diventare un tutt'uno con la foresta, a lottare a mani nude con lupi e orsi. Spesso lottavamo tra noi, armati solamente di bastoni, pronti ad affrontarci come se ne andasse della nostra stessa vita. Con i nostri maestri imparammo il rispetto per tutto quello che è naturale, per il fuoco e l'acqua, per il vento, la pioggia e la neve.
Ogni tanto ci incontravamo con i nostri due compagni che ci avevano lasciati per differenziare i lori studi. Questi cambiavano man mano che il tempo passava: i loro occhi si facevano sempre più profondi, come due pozzi bui nei quali si riflettono le stelle e parlavano per enigmi e tranelli. Noi eravamo consci dei loro poteri latenti, ma non ci spaventavano: eravamo tutti votati alla protezione del nostro territorio, al bosco e alla natura. L'unica cosa che ci differenziava era il modo in cui esprimevamo la nostra dedizione alla causa.
Il mio rapporto con Evelin procedeva piano piano, complice la distanza che ci separava. Eravamo entrambi innamorati l'uno dell'altro e man mano che crescevamo i nostri sentimenti maturavano e le nostre esigenze crescevano. Spesso lei riusciva a convincere gli uccelli a recapitarmi dei messaggi d'amore, ai quali rispondevo pieno d'ardore e passione.
Almeno due volte l'anno tornavamo a casa, per vedere i nostri parenti e le nostre famiglie crescere e invecchiare. I miei fratelli o erano diventati valenti artigiani o abili cacciatori. Le mie sorelle cominciavano a crescere e a ridere dietro gli uomini, istupidite dai loro muscoli.
All'età di 17 anni, dopo sette lunghi anni di addestramento, la nostra istruzione si poteva considerare completa: eravamo abili, forti e giovani, chi ci poteva fermare?
Tornammo tutti e cinque al villaggio, io e Evelin mano nella mano, pronti a chiedere ai nostri genitori che benedissero la nostra unione. Purtroppo a tre chilometri dal villaggio trovammo delle tracce strane per terra: sembrava che una ventina di persone, pesantemente armate avesse attraversato la foresta, in direzione del nostro villaggio. Dalla forma delle orme e dalla loro profondità pensammo che appartenessero a un gruppo misto di uomini e orchi, una delle tantte bande di briganti e tagliagole che affliggevano la regione.
Corremmo al villaggio, chi a piedi chi a dorso di lupo, ma le tracce non lasciavano dubbi: i briganti erano diretti nelle nostre case. A circa un chilometro dal villaggio sentimmo un forte odore di fumo, di fuoco. Una volta giunti nella radura che ospitava le nostre case scoprimmo la tragedia che ci aveva colpiti: tutte le case bruciate, tutti gli animali scappati, tutti i nostri cari uccisi. Non trovammo nulla di vivo, le nostre famiglie erano distrutte, la nostra cultura a pezzi, i nostri cuori rubati o infranti.
L'odio ci travolse. Decidemmo, nell'impeto della gioventù, di attaccare il gruppo di briganti che aveva tanto osato contro di noi. Seguimmo le loro tracce per tre giorni interi prima di arrivare al loro accampamento, senza mangiare ne bere, spinti solamente dall'odio e dalla vendetta. Li ci fermammo, al di fuori del loro accampamento.
Cercammo di trovare un piano d'azione che potesse darci un piccolo margine di vantaggio. Noi eravamo pochi, ma combattevamo nel nostro bosco, nelle nostre colline, per vendicare la nostra famiglia. Certo, potevamo dirigerci al Goeth, dove avremmo sicuramente ottenuto l'aiuto delle potenti tribù barbare della montagna, oppure potevamo spingerci a sud, dove avremmo trovato gli elfi, nemici giurati degli orchi. Ma questa era una cosa che dovevano fare da soli, dovevamo vendicare le nostre famiglie senza l'aiuto di nessuno, a costo di morire.
Guardai Evelin per quella che poteva essere l'ultima volta: in uno sguardo cercai di concentrare tutto il mie amore per lei, tutto quello che non ero mai riuscito a dirle, tutta la mia passione e la mia promessa di portarla fuori da li, costi quel che costi. Lei mi guardò con la stessa intensità, la mano destra immersa nel folto pelo del suo lupo, che guardava l'orizzonte, conscio del pericolo che stavamo correndo. Anche lui era come noi, un predatore a caccia, pronto a sbranare la preda, a uccidere quelli che avano fatto del male a Evelin, al nostro villaggio.
Io mi appostai in cima a un albero, con il mio fedele arco a portata di mano. Vedevo i miei amici appostarsi nella foresta sottostante, sfoderando spade e pugnali, evocando antichi poteri e nodosi bastoni, digrignando denti e zanne. Al segnale convenuto avrei dovuto uccidere un uomo nell'accampamento, facendoli cadere nel panico.
Visto che era quasi il tramonto, tutti i briganti erano riuniti attorno al fuoco, pronti a mangiare il cibo che ci avevano rubato. Incoccai non una, ma due frecce sul mio arco, pregai gli spiriti di guidare il mio occhio e presi la mira. Decisi di colpire il loro capo, un immondo orco alto più di due metri, il cui fetore arrivava fino a noi. Presi la mira a lungo e quando fui certo che non avrei mai sbagliato scoccai non due, ma quattro frecce in rapida successione, urlando a squarciagola il mio odio per loro.
Per abilità o fortuna tutte le mie frecce colpirono il bersaglio, infilandosi nel petto e nella gola della bestia, che cadde senza vita tra le fiamme del falò.
Subito dopo vidi Evelin lanciare delle sfere infuocate nell'accampamento, colpendo la faccia di due uomini, che si erano alzati con le spade in pugno.
Poi fu il finimondo: colpi su colpi, morsi zanne unghie e denti: il sangue scorreva copioso sulle spade e sui corpi. Dopo un tempo pari all'eternità la lotta giunse a un punto morto: da una parte i banditi, dimezzati dai nostri colpi. Dall'altra noi, rimasti in tre dopo la lotta: io, ancora appostato sull'albero, nascosto alla vista mentre seminavo la mia pioggia di morte, Evelin, bella come il sole e spettinata come un campo di grano, con a fianco il suo lupo, ansante e con il pelo irto. Al suo fianco Janie, un mio carissimo amico, armato di spada e pugnale, con una brutta ferita al braccio.
Dopo un attimo di pausa i banditi ci attaccarono con una furia mai vista, colpendo i miei compagni a terra tutti insieme, da vigliacchi. Ne uccisi tre prima che loro arrivassero all'impatto con la mia Evelin, ma successivamente la mischia era così feroce che non riuscivo a mirare asenza timore di colpire un mio compagno.
La scena si calmò nuovamente. A terra giacevano Janie e Evelin entrambi con il petto irto di lance. Evelin! Evelin! Era morta e mai più sarebbe tornata a sorridermi, mai più mi avrebbe detto ti amo, mai più mi avrebbe sussurrato in un orecchio! Addio ai suoi capelli d'oro, alle sue labbra carnose, al suo sorriso pieno di gioia. Me l'avevano rubata, rapita e distrutta e per questo dovevano pagare, dovevano morire e dovevo farlo io.
Scesi giù dall'albero e con una furia mai vista prima assaltai da solo i tre banditi rimasti, armato solamente della mio scimitarra. Dopo un tempo che mi parve molto breve loro giacevano morti sul campo di battaglia e io giacevo accanto a loro, con un enorme sfregio sulla faccia, che andava dalla tempia destra alla guancia sinistra, sfiorando l'occhio.
Giacqui li per un tempo indefinito, in bilico tra la vita e la morte, quando con la coda dell'occhio notai una figura sullo sfondo. Era il lupo di Evelin, fuggito dal dolore per la perdita della sua compagna, accompagnato da una grande figura ammantata di verde, che si muoveva senza lasciare traccia. Questa mi raccolse senza sforzo e li caddi nell'oblio.
Mi svegliai dopo tre giorni, tra gli elfi. Mi avevano salvato la vita. Grazie al cielo avevano sentito le grida della battaglia ed erano accorsi in nostro aiuto. Dei banditi non uno era sopravvissuto, ma il prezzo pagato era immenso. Del mio villaggio ero sopravvissuto soltanto io e il imo amore, Evelin era morta e non sarebbe mai ritornata.
Gli elfi provvidero a me per un certo periodo, poi quando mi ripresi completamente li salutai e lasciai il loro accampamento, con la lupa della mia amata al mio fianco, mia nuova compagna di avventure, a cui diedi il nome di Evelin. Con lei corsi per boschi e valli e divenni un implacabile cacciatore di banditi, uomini o orchi che fossero, pronto a difendere i villaggi della Valle dai loro soprusi.

mercoledì 1 dicembre 2010

Into the wind.. Ays

AYS: background ladro

Ays scappò di casa a 15 anni per vivere una vita avventurosa: con la sua famiglia, in quel lontano e sperduto paesino di campagna, i giorni non trascorrevano mai. E, soprattutto, Ays non aveva intenzione di diventare una semplice contadina come i suoi genitori, i suoi numerosi fratelli, i suoi zii, i suoi cugini, i suoi nonni, i suoi avi … Da sempre, fin da quando ne aveva memoria, sapeva che la sua esistenza non era legata a quei campi immensi e sconfinati, né alla sua terra natale: era votata, piuttosto, all'esplorazione di mondi lontani e all'incontro con creature diverse e inconoscibili per un paesano qualunque. Era rivolta a sfide inimmaginabili, come, per esempio, furti, inseguimenti, scontri. Nemmeno crescendo la vivacità che l'aveva contraddistinta e resa diversa dagli altri fin da piccola si era attenuata, anzi: Ays era ogni giorno più inquieta e i litigi con i suoi genitori si erano fatti sempre più frequenti.
Le dicerie sul suo conto in paese rimbombavano dalle taverne alla sera al mercato alla mattina e nessuno aveva più dubbi in merito: Ays era una ladra. La sua ingegnosità nel preparare trabocchetti, la sua capacità di ottenere informazioni segrete dagli altri, la sua felicità nel superare trappole e aggirare ostacoli, la sua maestria nell'evitare pericoli già nei giochi con gli altri bambini nei boschi vicini, lo sguardo furtivo, il passo felpato, i movimenti rapidi e silenziosi … Tutte queste caratteristiche, tipiche dei ladri, parevano annunciare a gran voce il suo futuro. Le chiacchiere, però, davano fastidio ad Ays, così come i continui rimproveri dei genitori e dei fratelli più grandi sul fatto che non svolgesse mai i suoi doveri in casa e fosse sempre in giro a disturbare la quiete pubblica. E fu così che il giorno del suo quindicesimo compleanno, in quella ventosa mattina autunnale, prima del canto del gallo, Ays sparì dal paese senza dire una parola e senza voltarsi indietro: nessuno le sarebbe mancato. Aveva imparato già da tempo ad arrangiarsi da sola e a non fare affidamento sui suoi simili, soprattutto quando questi, per redimere il suo carattere indomabile, l'avevano promessa in sposa ad un vecchio carpentiere del villaggio vicino. La rabbia per l'ingiustizia che stava subendo si era tuttavia affievolita per lasciare spazio all'astuzia, all'intelligenza e alla calma per elaborare un piano alternativo. Non c'era stato molto tempo per pianificare tutto nei dettagli: nel suo zaino di cuoio, oltre a qualche provvista e alle solite corde, arnesi da scasso e rampini, che aveva imparato ad utilizzare ancor prima di cominciare a parlare, Ays aveva nascosto un vecchio manganello trovato in cantina e buona parte del denaro e dei risparmi che suo padre teneva nascosto sotto ai palchetti di legno in cucina per la dote del suo matrimonio. Dopodiché, infagottata in alcuni vestiti rubati ai suoi fratelli maggiori e avvolta in un mantello per mascherarsi meglio, la ragazza era corsa nelle stalle e si era appropriata senza tanti complimenti del cavallo più veloce della fattoria: il sole non era ancora sorto del tutto che Ays aveva già attraversato come una scheggia tutti i villaggi della zona e si era inoltrata su per le colline, tra i boschi. La cartina che era riuscita a procurarsi non era delle migliori e il percorso non era per niente agevole: ma, per il momento, poco importava. Era fondamentale, infatti, far perdere le sue tracce per sempre e mettere in quelle prime ore di fuga più chilometri possibili tra lei e il paese. Se fosse stato necessario, avrebbe cambiato addirittura nome e si sarebbe spacciata per un uomo.
Ays non seppe mai dire per quanti giorni cavalcò e viaggiò ininterrottamente, evitando vie conosciute e prediligendo foreste e strade cadute in disuso: le ore che si concedeva di riposo erano poche e, anche in quei momenti, dormiva male e il suo sonno era agitato. Non alloggiò mai in locande, né si fermò a parlare con nessuno, se non per comprare del cibo. Si arrestò soltanto quando capì di essere giunta in una città davvero lontana da casa sua: monti, laghi, fiumi, boschi e pianure erano ormai un ricordo del passato. Ora, c'era il mare a dominare il paesaggio, con la spiaggia, il porto, le barche di pescatori e sordide vie in cui aleggiava puzza di pesce. Ays rallentò il cavallo e iniziò a vagare per la città, che si faceva sempre più grande man mano che proseguiva: l'idioma parlato non le era familiare, ma questo non la tirò giù di morale. Vedeva gente che indossava abiti lussuosi e che passeggiava per i viali alberati, paladini nelle loro armature sfavillanti, bellissime dame dalle acconciature sublimi, bambini ben educati che giocavano nei giardini con le biglie. A quanto pareva, artigiani, falegnami, pescatori, tessitori e operai vivevano nella parte bassa della città e quella parte in cui si trovava lei era sicuramente la zona più ricca: tra i tetti delle case affrescate si scorgevano quelle che dovevano essere le guglie di una castello gotico. Ays avrebbe potuto essere scambiata per una di quelle ragazze con quei bellissimi abiti arancioni e rossi se non fosse stato per il suo mantello, i suoi stivali e i suoi indumenti da viaggio, cose per le quali era ora additata da tutti i passanti: timorose, le donne si misero in disparte per lasciarla passare e gli uomini la guardarono con occhi spalancati, senza capire cosa ci facesse un viandante malconcio e ricoperto di polvere da quelle parti su un cavallo nero come la notte. Ays fiutò il pericolo e decise di cambiare strada il più presto possibile, ma il gruppo di paladini le si stava già avvicinando con aria indagatrice, le mani di alcuni già poste sulle else delle loro spade nel fodero. La ragazza notò subito i fili d'oro che drappeggiavano i loro mantelli e le pietre che adornavano le loro armi e si chiese se mai sarebbe riuscita a diventare abile come un cavaliere nel combattimento e ad essere finalmente rispettata e non denigrata per ciò che era.
L'incontro con il suo futuro maestro fu quanto mai rapido e improvviso: Ays quasi non si accorse di esser trascinata giù dal suo destriero e di esser condotta per vie improvvisamente buie e oscure da una presenza al suo fianco, che sembrava sollevarsi dal terreno dalla velocità con cui correva. Per lo spostamento d'aria e il vortice d'immagini confuse e sovrapposte che le si parò davanti (i ricchi signori prima, i vicoli pieni di gatti randagi poi), Ays perse conoscenza. Si risvegliò in una stanzetta in cui la luce filtrava poco e male, disturbata dal cigolio di una lama su una mola e da alcune voci ovattate in qualche camera lontana. Si stupì nel vedere accanto a lei l'uomo che l'aveva portata via dalla strada e dal suo cavallo, ma si sorprese ancora di più nel sentire che parlava la sua stessa lingua. Per un attimo, ebbe il timore di essere caduta nelle mani di un segugio sguinzagliatole dietro da suo padre e cercò istintivamente il suo zaino. Si tranquillizzò soltanto quando le venne spiegato di trovarsi nel covo della segreta gilda dei ladri e di esser stata salvata dalle grinfie dei paladini solo perché quell'uomo, quel ladro, si trovava nelle vicinanze e aveva riconosciuto nel suo sguardo una scintilla che contraddistingueva tutti i suoi colleghi. Una volta sentita la sua storia, le propose di restare nella gilda dei ladri per essere addestrata e per diventare la sua allieva: guarda caso, a lui serviva proprio qualcuno agile e abile come lei che gli coprisse le spalle, una sorta di guardia che aveva il compito di imparare i segreti del mestiere. C'erano molti altri giovani allievi nei sotterranei dell'associazione che seguivano i loro maestri ladri restando nel covo, o accompagnandoli nelle loro missioni. Le venne spiegato che la gilda era un'organizzazione di cui i cittadini e i signori della città non dovevano essere a conoscenza, sebbene sospettassero dell'esistenza di una “scuola” e di un circolo di ladri. Trovandosi senza alternative, Ays accettò e, ben presto, grazie agli allenamenti e alle commissioni che il maestro le affidava, di volta in volta più rischiose e complesse, divenne una dei migliori apprendisti ladri: il suo addestramento, in ogni caso, aveva luogo in città e nei dintorni; non si svolse mai in terre selvagge, in quanto il maestro era a conoscenza del fatto che Ays fosse in fuga e si stesse nascondendo dalla sua gente. In ogni caso, il maestro era convinto del fatto che quella ragazza senza, apparentemente, un briciolo di paura, fosse ormai in grado di difendersi e di volatilizzarsi in un batter d'occhio, se si fosse trovata in difficoltà: ma, come tutti gli insegnanti, si guardava bene dal dirglielo. Nel corso dei tre anni e mezzo in cui Ays imparò e fece esperienza sul campo, il maestro si affezionò alla sua protetta e capì di aver fatto la cosa giusta il giorno in cui l'aveva tolta dalle grinfie dei paladini e dei cavalieri: all'epoca, la giovane era sì predisposta a diventare una ladra, ma, se fosse caduta nelle mani dei paladini, questi l'avrebbero ricondotta subito a casa, senza farsela scappare, una volta scoperta la verità.
Ora, Ays era cresciuta e, anche se la sua costituzione fisica minuta non lo dava a vedere, era diventata una donna a tutti gli effetti e si preparava ad essere accolta ufficialmente nella gilda dei ladri, un passaggio fondamentale e decisivo per il suo futuro. Oltre ad aver messo da parte pezzo per pezzo nel corso di quegli anni l'equipaggiamento iniziale e ad aver dimostrato obbedienza a rispetto al maestro, Ays non credeva in nessun dio e non seguiva alcun ideale: la sua volontà di andare avanti era governata semplicemente dall'opportunità. Ma la giovane ladra non era l'unica ad essere opportunista: difatti, quando al maestro si presentò l'occasione di imbarcarsi in un'avventura che gli avrebbe fruttato molti guadagni, non rifiutò di certo e partì per sempre, dimenticandosi di Ays, del suo addestramento, di quegli anni, della sua prossima promozione a ladra a tutti gli effetti. Se avesse potuto, Ays l'avrebbe seguito e sarebbe andata con lui: la sua partenza repentina pochi giorni prima della cerimonia, così importante per lei, le spezzò il cuore. Il maestro non era soltanto una figura paterna per lei, né un semplice insegnante: nel corso del tempo, il sentimento di ammirazione e di stima che Ays provava per lui fin dal primo giorno si era trasformato. Le bastava restare accanto a lui come compagna di viaggio per essere davvero felice, non pensava a nulla di più. Invece, il maestro se n'era andato senza di lei, l'aveva abbandonata e lasciata a se stessa.
Quel brusco distacco fu troppo per Ays: si sentì tradita e presa in giro per il tempo trascorso lì, in quella che aveva imparato a chiamare casa, tra gente come lei. Affiorò nuovamente e con una forza sconosciuta quella rabbia che l'aveva fatta fuggire dal suo paese, abbandonando tutto: Ays non ci pensò due volte e, sapendo di non aver bisogno di far parte di un gruppo di ladri per esser protetta e per sentirsi qualcuno, tagliò la corda con il suo equipaggiamento di base e i suoi pochi averi la notte prima del grande evento. Per non farsi riconoscere, si tagliò i lunghissimi capelli corvini, che aveva sempre sfoggiato orgogliosamente, dando così al suo volto appuntito tutta un'altra espressione. Con i capelli così corti e scompigliati e gli occhi neri che saettavano inquieti al minimo cigolio alle sue spalle, Ays era irriconoscibile per i membri della corporazione. Non era necessario essere vincolati alle leggi e alle regole della gilda dei ladri, con i loro rituali, i loro dei, le loro usanze: quella setta le stava stretta e le aveva dato tutto ciò che poteva dare ad uno spirito libero e indipendente come il suo. Se fosse rimasta, la gilda l'avrebbe avvelenata e lei sarebbe morta ancor prima di cominciare a vivere.
Non bisognava fermarsi, però, e questa volta non stava fuggendo da un branco di villani sempliciotti: aveva dei ladri alle calcagna, che le avrebbero dato la caccia finché non l'avrebbero trovata. E le conseguenze, a quel punto, sarebbero state le peggiori: Ays aveva udito rabbrividendo le grida che giungevano dalle segrete dalle bocche dei traditori torturati a morte.
Dopo quell'episodio, Ays aveva perso definitivamente la fiducia nei suoi simili, in particolare ladri, e aveva ben chiaro cosa fare della sua vita: c'erano tanti gruppi di avventurieri, ne avrebbe trovato uno e sarebbe partita con dei nuovi compagni per nuove missioni. Di nuovo in fuga, ancora una volta protagonista delle corse attraverso boschi, grotte, gallerie in vulcani spenti: presto sarebbe arrivata al punto di partenza.