Spostati Nano di Merda!

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martedì 25 ottobre 2011

[Anatema della vita] 6. La città della magia

Il santo padre Sanction Solas raccontò loro una storia. La storia cominciava così:
La via per la città della magia è ignota e impercorribile per tutti tranne coloro a cui viene raccontata.

A seguire sulla mappa la strada che realmente percorsero in meno di due giorni si rimarrebbe esterrefatti, perché non v'è creatura, sulla terra o nel cielo, che potesse coprire una simile distanza in così breve tempo, usando le proprie gambe o ali.
Per quasi tutto il viaggio, lo gnomo s'era trastullato con un gingillo che padre Soulas gli aveva donato, e taceva. Certo essere accompagnato da quello gnomo nel silenzio dei passi sul sentiero pareva assai strano. Più che strano innaturale.
Xanthia, statuaria nella sua armatura splendente, osservava lo gnomo e, giunti presso l'imbocco del ponte, infine chiosò "armonia".
Lo gnomo le dedicò un placido sorriso. La donna contraccambiò con un'espressione dolce degli occhi.

Kondar spiegò quella sensazione come un normale effetto derivante da antichi artefatti posseduti in tempi antichi dagli antichi dei quando erano sia loro che il mondo stesso già antichi. La sovrabbondanza del termine "antico" nel lungo discorso del nano disturbò non poco l'Eroe, che non perse l'occasione per rinfacciargli una limitata capacità dialettica, ma rese altrettanto bene l'idea di quanto raro potesse essere quell'oggetto. E inestimabile.
Si stupirono tutti a pensare come un oggetto del genere potesse trovarsi in un villaggetto di cui già s'erano scordati il nome, così come già non sapevano dove indicarlo sulla mappa. Anche il ricordo del nome dell'umile sacerdote che li accolse cominciava a scemare: Solias, Salos, Salor. Non ne erano più convinti.
Soltanto due ammennicoli e un'informazione potevano testimoniare il loro passaggio: i due grezzi pendagli al collo di Xanthia e dello gnomo, e la direzione verso Tanimura, la città della magia.

Nella terra dei tre re gemelli, venne indetta una grande festa, perché finalmente erano state trovate tre spose gemelle per i loro re.
Grande fu la contentezza del popolo intero, che decise di accorrere tutta alla capitale.
E i re gemelli nella loro grande saggezza decisero di edificare una nuova via d'accesso, erigendo un maestoso ponte sulle magiche acque che inanellavano la città. Tale ponte fu stimato nella misura di 135 leghe e alla sua estremità fu innalzata una porta di cui si raccontava non esistesse architrave, robusta eppure tanto finemente lavorata che pur un bambino poteva aprirne i battenti.
Siccome tale ponte era unico e di così squisita fattura che non se ne intendeva guastare la bellezza edificandone uno identico, le colline che s'affacciavano sulle magiche acque furono coltivate con alberi da frutto, i cui filari si dipartivano a raggiera verso ogni destinazione entro il regno, cosicché chiunque potesse trovare l'accesso al ponte. Tali alberi erano tutti figli della pianta incantata detta Maes per le sue immense dimensioni e Thio per la sua capacità di rigenerarsi, i cui rami dello spessore di un toro adulto avevano fornito il mattone con cui era stata edificata la torre della capitale.
La festa era prossima al compimento e ogni altro reame aveva già fatto giungere i propri doni per i novelli sposi: acrobati e circensi, dei lignaggi e delle razze più disparate, gli energumeni del nord come i prestidigitatori del sud, riscaldavano di vita le sale del castello e le strade della città; animali di ogni forma e colore, di ogni luogo e di ogni tempo, pascolavano nel vasto giardino che molti chiamavano Mondo, perché in esso vi erano contenuti foreste incantate e prati profumati, tiepidi deserti e infine mari, le cui magiche acque erano state poste a guardia della città.
Le descrizioni della magnificenza della festa divennero molteplici e ci furono persino coloro che si smarrirono a rimirare il Mondo, perdendo ogni cognizione di tempo e spazio, oltre alla festa in sé.
Ma questa era la volontà dei re gemelli: che ognuno trovasse ciò che più lo affascinava e che potesse godere di quelle visioni.
La penna di pavone scribacchiava rapida e leggera sulla pergamena, guidata dalla magia dell'Eroe e turbata a tratti dallo spirito dello gnomo che più che seguire la narrazione si divertiva a mettere l'Eroe in difficoltà.
Come il racconto finì, il santo padre si sincerò della salute e delle intenzioni dei cinque membri del pentacolo e subito li congedò, lasciando l'Eroe istruire i suoi compagni sul significato nascosto di quella storiella. Fortunatamente, i quattro godevano pienamente della serenità derivante dalla reliquia.

Oron'Harda - Reame di montagna

Oron'Harda

La cittadella elfica di Oron'Harda (che significa reame di montagna) è situata a Nord, su uno dei picchi più alti ed isolati della Grande Catena Montuosa. E' un paese la cui popolazione raggiunge i 3500 abitanti, tra elfi, elfe e bambini. La principale caratteristica di questo paese è che sembra, ad un primo ed inesperto sguardo, molto più piccolo di quanto sembri, in quanto ammantato da una potente aura di illusione che lo protegge da sguardi indiscreti. La maggior parte della popolazione è in qualche modo legata alla magia: vi sono maghi, e solo maghi, artigiani magici, divinatori, guardie ed un piccolo esercito fisso composto da circa 500 guerrieri che protegge la città dall'esterno. La politica della città è molto semplice: sono secoli che vive pacifica nella sua solitaria locazione, senza che gli eventi del mondo circostante la sfiorassero o invadessero: qualora si fosse verificato un fatto di importanza tale da richiedere l'impiego, o anche solo il parere, del divinatore, la figura più eminente della cittadella, allora essa si sarebbe prodigata secondo le proprie possibilità. Il Divinatore, il cui nome è Arbaiur ( = vecchio saggio), è la figura più antica, potente ed importante della città (è un mago specializzato in divinazione, vedi tu il livello), e le cui decisioni determinano il comportamento dell'intera popolazione: al suo comando vi è la legione di 500 elementi, tra maghi specializzati nel combattimento e guerrieri arcieri. La cittadella si sviluppa sul versante che domina la valle, in modo tale da averne il controllo visuale, e dimodochè Arbaiur, semplicemente il Saggio, possa divinare con il suo studio orientabile verso il quasi intero orizzonte. Un robusto muro composto di roccia e legno protegge la città, al di là dell'illusione iniziale, che si sviluppa a spirale, ascendendo verso il suo centro, costituito dagli alloggi del Saggio, costruiti in modo che una sola strada conduca ad essi, ma un numero imprecisato vi si allontanino. Salendo per la spirale si trovano le abitazioni della popolazione, costruite in solida roccia intarsiata internamente da legni pregiati, e si segue una strada battuta molto finemente, con i canali per l'acqua piovana che conducono tutti a delle cisterne che hanno i loro sbocchi all'ingresso della città, espediente molto utile per spazzare eventuali invasori simulando una piena o una valanga. Tutti i tetti delle case sono spioventi per evitare crolli durante il freddo e nevoso inverno, non vi è alcun mezzo di trasporto che non sia qualche cavallo bianco con bardature argentee all'interno della città. Più si sale di livello nella spirale, maggiore è la ricchezza nelle abitazioni e nelle botteghe. La città trae sostentamento dall'agricoltura, praticata in delle strutture all'apparenza piccole, ma che all'interno custodiscono potenti incantesimi di controllo del tempo atmosferico, e di allevamento, praticato in altre strutture che funzionano con lo stesso espediente. Proseguendo e salendo per la strada, detta Taloth ( = il sentiero) si trovano armerie, botteghe di sarti, artigiani, fabbricanti di bacchette, verghe e bastoni magici, fino ad arrivare all' abitazione del Saggio, detta Baralat ( = dimora alta): una grande costruzione in pietra bianca, con un grande portone a delimitarne l'ingresso: sulle mura si notano solo piccole feritoie, non vi è nessuno a guardia, all'apparenza. Ogni abitante dei Oron'Harda sin da quando diventa adulto conosce la parola che apre il cancello, semmai un impostore ne venisse a conoscenza, le guardie all'interno farebbero il loro dovere: l'atrio dell'ingresso è di forma circolare, dominato da un camminamento semicoperto, dal quale sporgono 20 arceri. Inizialmente non vi è nessuna porta, a menochè non si superi la registrazione, ossia il riconoscimento da parte di Jellarim ( = occhio), un vecchissimo elfo (dovrebbe avere almeno 6-700 anni) cieco, che semplicemente toccando e scrutando il visitatore ne determina l'appartenenza o no al villaggio. (anche Jellarim è un divinatore, specializzatissimo, sa fare solo quello!). All'interno del palazzo non vi è sfarzo, ma vi è sicuramente buon gusto e nobiltà: stupendi arazzi ritraggono la vallata di un millennio fa, dipinti e statue rappresentano le antiche battaglie tra le divinità ancestrali. Uno stuolo di servitori elfici, silenziosi e magici, si muove in tutte le direzioni, vi è un solo elfo, tangibile, Vartah ( = la guardia), accompagna chi arriva e fa gli onori di casa. All'interno di Baralat c'è la biblioteca, una delle più ricche, rinomate quanto sconosciute in assoluto, la scuola di magia e lo Yetille ( = osservare), il punto da cui il Saggio compie le sue previsioni. E' importante dire che il saggio scruta la Magia, non le divinità, le stelle o il fato.

Mir è figlio unico, proviene da una lunga tradizione di maghi: suo padre Laike ( = sveglio, acuto) era un mago, suo nonno Fim ( = intelligente) era un mago e così via. L'abitazione di Mir si trova poco al di sotto della Baralat, la famiglia è sempre stata benestante, gli ha permesso di studiare nella Baralat e gli ha sempre fornito tutto ciò di cui aveva bisogno. E' molto difficile trovare famiglie numerose nella cittadella, ogni coppia di elfi mette al mondo un solo elfo, mentre invece non vi è limite alle elfe: una coppia continua a procreare figli finchè non nasce un maschio, nel caso di Mir, egli è il primo ed unico genito. Laike è un padre severo ma buono, ha sempre preteso il massimo da Mir, lo ha sempre tenuto come si custodisce un dono molto prezioso. La madre di Mir si chiama Ithelel ( = stella limpida) ed è un'elfa abbstanza alta, di grande eleganza, con occhi viola e capelli argentei, anch'essa maga molto rispettata.

Più di metà della popolazione è femminile, le migliori artigiane sono elfe: producono bacchette, oggetti magici e verghe; i bastoni invece sono prodotti esclusivamente da elfi, così vuole la tradizione oramai millenaria della città.
La cittadella è contraria all'avvento di stranieri, a menochè non siano accompagnati da un abitante, che prende il titolo di Thur (guida), e ne ha la responsabilità assoluta. Se accompagnati, gli stranieri sono accolti in maniera educata e premurosa, senza che però non si perda mai la nobiltà elfica. Tutti gli elfi hanno capelli dorati o argentei, con occhi viola o blu. Gli abiti sono eleganti ma non sfarzosi, ricchi ma non ostantanti. I bambini sono molto composti, non ve n'è nessuno per strada da solo, tutti sono accompagnati e tutti hanno un compito: chi raccoglie foglie, chi legnetti.

Un ringraziamento a Tony

[Anatema della vita] 5. Locazione

XXVII giorno.
Un dispaccio giunse dal pentacolo a cui apparteneva il prode Bertrand de Rocherbrune.
Ivi v'era riportata l'ubicazione di una grotta e l'intero pentacolo si considera sicuro nell'affermare che quella fosse una delle tre sedi del negromante così come citate nella mappa, ovvero la grotta delle perversioni.
Il dispaccio accludeva alcune prove o dettagli a rafforzare quanto detto nel messaggio. Le prove o dettagli erano così riportati.
Per la gloria di Heironeus nel nome del quale vivo et laboro, il luogo è stato indicato sulla pergamena con precisione secondo la posizione delle stelle fissate nel cielo dal mirabile Pelor, da cui abbiamo ricevuto grande benedizione per la presenza tra noi del suo protetto di nanica stirpe.
Come da dispaccio consegnato brevi manu da me medesimo, nell'istesso giorno in cui il saggio et sommo sacerdote di Ayndril distribuiva ordini et doveri a noi tutti, in tale locazione v'era una grotta la cui descrizione coincide con la da voi fornita mediante la succitata pergamena.
Entro luogo tanto empio, è stata incontrata, affrontata et vinta una manifestazione, probabile stirpe od eredità del negromante istesso, sotto forma di donna dall'età indefinibile intenta in un qualche maleficio di natura mortifera, et assassinio di giovane et casta pulzella, soccorsa et salvata. Il tempo, come già iscritto nel precedente dispaccio, non ha permesso una conseguente et immediata purificazione del luogo, nella certezza di un nostro presto ritorno, avvenuto soltanto in data odierna secondo la posizione della stella magna nel tempo della massima luce.
Ad ora, è nostro testimonio l'assenza di tale caverna nell'istessa locazione.
Ad argomento favorevole alla giustezza della locazione, v'è la posizione di tombe gemelle all'esterno della caverna, edificate da me medesimo et padre Kondar della stirpe nanica subito dopo aver abbattuto et vinto la manifestazione negromantica, in segno di rispetto della vita di una coppia di pulzelle uccise da tempo dalla predetta stirpe malefica.
Non avendo trovato altra traccia et non udendo eco né d'energia arcana, né mistica (fosse del santo Heironeus o del crudele Hextor), siamo partiti verso altra destinazione secondo il nostro sacro mandato. Ma spediamo a voi, benedetti dagli dei per saggezza et prontezza di spirito, questa canoscenza et una richiesta di perdono et una preghiera.
Secondo la succitata pergamena, l'infera grotta ha desiderio a rendersi accessibile nello stesso luogo, con cadenza ignota ma misurabile. Tale locazione è tuttora empia et sazia di malvagità per causa nostra, ma può essere liberata et santificata dalla vostre forze.
Non lasciate tale locazione sine custodia!

XXXIII giorno.
In tale mattinata, benedetti da un sole tiepido come non si vedeva da settimane, una legione con i ranghi completi e i suoi 5454 uomini, partì dalla rocca di Lahtaa a nord-ovest della capitale alla volta della "locazione" indicata dal dispaccio.
Alla testa, il magnifico Er Iromi D'Aruap, la cui assenza tra i pentacoli fece molto parlare ma che risultò una benedizione per un compito tanto delicato.

XLV giorno.
La legione di Er Iromi D'Aruap giunse nella "locazione" indicata da Bertrand de Rocherbrune e fissò il campo attorno alla coppia di tombe erette dallo stesso Bertrand e il sacerdote Kondar.
Non v'era alcuna traccia della grotta, ma le schiere di chierici e devoti percepiva un'irrequietezza nelle ossa dei morti, così abbondantemente sparse nella terra tutto attorno a quel luogo.

LI giorno.
Questa missiva arrivò con molto ritardo, perché non usò alcun piccione o pennuto per il rapido trasporto di messaggi, bensì tramite un cavaliere d'alto rango ma di altra legione che pattugliava la zona pedemontana, prossimi alla "locazione" della grotta.
Ciò che vi era scritto non venne riportato in nessun altro luogo perché vi sono cose che i nostri figlio non devono mai conoscere.